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Da Capo al Fine incontra il pianista francese Bruno Robillard
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| Maestro Robilliard, lei ha recentemente realizzato con il flautista Bruno Grossi un disco, di cui alcuni estratti sono già stati pubblicati in occasione del nostro primo podcast, lo scorso mese di febbraio. Può parlarci di questa vostra esperienza ? Conosco il flautista Bruno Grossi in quanto ho già realizzato una produzione discografica antecedente a quella di recentissima pubblicazione; di fatto lo considero uno dei migliori flautisti della sua generazione. Quando mi ha proposto di registrare questo cd di musica francese ho immediatamente accettato con gioia. Anche in questo ulteriore frangente la nostra intesa si è rivelata ottima, credo proprio che siamo su una stessa lunghezza d’onda musicale. Se a ciò aggiungiamo la bellezza dei brani proposti (Franck, sonata; Pierné, sonata ; Gaubert, sonata; Lefebvre, barcarola e scherzo) e il piacere di incontrarsi in un linguaggio che mi è particolarmente congeniale, posso dire che questa esperienza si è rivelata davvero avvincente. Abbiamo consultato il suo catalogo discografico e vi abbiamo scorto, tra l’altro, pubblicazioni dedicate a Schumann e Mendelssohn. Come detto, invece, questo disco di musica da camera verte sulla musica francese per flauto e pianoforte composta a cavallo fra 19° 20° secolo. Ne deduciamo che si considera a suo agio quindi in molti repertori ? Amo in generale tutta la musica, a 360° gradi, jazz compreso. Ricordo che Karajan affermava: non esiste cattiva musica, ma solo cattivi interpreti! Ritengo sia fondamentale per un musicista aprirsi a più generi, se possibile, cercando di percepire le differenze stilistiche, per esempio, anche fra compositori ritenuti "minori". Mi spiego. Cercando di afferrare le sfumature fra i diversi compositori, anche meno celebrati, quando improvviso su richiesta del pubblico posso differenziare per esempio, lo stile di Clementi da un altro compositore a lui coevo, e ciò con estrema facilità. Per questo la mia curiosità non si esaurisce mai! È evidente inoltre che i brani più significativi sono stati registrati da tutti i grandi interpreti del passato, ma, a mio giudizio, esiste moltissimo repertorio negletto che merita una riscoperta. Non mi fraintenda però, ciò non significa che non mi dedichi al repertorio portante della storia del pianoforte, anzi! Soffermiamoci su quanto detto da lei e parliamo appunto di questa sua particolare qualità: l’improvvisazione. Sappiamo che lei è nato da una famiglia di musicisti. Questa vocazione è innata o è una scelta precisa, tendente a ripercorrere la pratica degli strumentisti fino al 19° secolo e, oggi, in voga soprattutto nella musica jazz? Il coltivare l’improvvisazione mi è sempre stato proprio, anche perché mio padre, organista concertista di fama internazionale, è un musicista incline a tale pratica. Le mie prime note prodotte al pianoforte sono stati dei giochi di ricerca, e ciò a partire dai sei anni. Con la mia fantasia creavo dei mondi fantastici che cercavo di esteriorizzare e di sviluppare di volta in volta; ne ero talmente felice che mi rifiutavo quasi totalmente di sottostare ad un "regime" didattico ben preciso. Nel momento in cui ho però percepito l’importanza di una base tecnica solida e strutturata ho capito l’importanza di uno studio "rigido", finalizzato comunque alla libertà espressiva, e ciò indipendentemente dal genere che si affronta. Lei è dunque interprete, improvvisatore, ma anche compositore. Come si contestualizza nella sua particolare ricerca stilistica e nel suo approccio alla creazione di nuove opere? Ha dei punti di riferimento precisi nelle correnti stilistiche della musica contemporanea ? Credo che ai nostri giorni e col panorama musicale proprio della nostra epoca sia difficile rifarsi ad uno stile in particolare. Il mio linguaggio è influenzato da moltissime correnti musicali, non necessariamente ad uno specifico. Oggi, poi, le tendenze musicali non sono più così radicate e raggruppabili in entità così "etichettabili", come ad esempio lo furono la scuola di Vienna, il gruppo dei 5 della Russia di fine secolo e il gruppo dei 6 della Francia a cavallo delle due guerre mondiali. Credo che la sincerità di quanto si compie debba essere il movente portante e il motore di qualsiasi creazione artistica. Lei vive in Francia, a Lione, con sua moglie e i suoi tre figli. Auspica per loro una carriera musicale? Come padre ritengo fondamentale lasciare che i propri figli si sentano inclini ad una scelta propria di vita. Tuttavia, è palese che un indirizzo o un suggerimento, nella maggioranza dei casi, è importante. Ho tre figli, di cui due hanno scelto di dedicarsi alla danza professionalmente; so che è un cammino molto irto di difficoltà; la migliore ricompensa per me è vedere la loro soddisfazione e la loro proiezione verso una futura realizzazione artistica. Per concludere questa intervista, è con grande piacere che pubblichiamo una delle sue improvvisazioni, realizzata nell’ambito di un concerto che ha tenuto a Lione. Ce ne può parlare ? È una libera improvvisazione "alla maniera di Franz Liszt", con la quale ho concluso un concerto dato al Museo delle belle Arti di Lione, in occasione dell’inaugurazione della sala da concerto. La mia emozione è profonda, quando penso che Liszt stesso si esibì proprio in quella sala nel corso delle sue numerosissime ed acclamate tournées. Scrisse in quell’occasione un brano, "Lione".... Grazie!
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