«E’
il 1565, la laboriosa tipografia veneziana di Antonio Gardano si prepara
a spedire una cassa di libri appena stampati. La nave salpa all’alba,
con destinazione Napoli: Principe Don Pereffano Ribera, Duca di Alcala
e Marchese di Tariffa, Vicerè Valorosissimo del Regno di Napoli.
La cassa contiene la musica che Diego Ortiz di Toledo,
Maestro della Cappella Regia nel medesimo Regno di Napoli, ha composto
con passione. In una dotta introduzione il musicista spagnolo spazia
dalla matematica alla filosofia per dimostrare come la musica sia la
prima tra le arti; cita Platone, Aristotele, le Sacre Scritture. Lascia
anche alcuni indizi preziosi per la nostra ricerca: far rivivere lo
splendore di un vespro solenne alla corte napoletana del secondo cinquecento.
Da
pochissimi anni si è compiuto il Concilio di Trento; nella sessione
XXII° del 1562 papa Pio IV ordina che nel canto e nel suono dell'organo
si evitasse severamente tutto ciò che aveva un tono di lascivo
e impuro. Alcuni zelanti volevano addirittura proscrivere completamente
dalle chiese la musica figurata o polifonica per far ritorno al puro
canto gregoriano, ma la commissione cardinalizia istituita dal papa
per l'applicazione dei decreti tridentini non fece sua questa proposta
estrema e si limitò ad esigere intelligibilità del testo,
maggior semplicità delle composizioni ed esclusione di melodie
mondane dalla chiesa. Proprio in questo momento storico vedono la luce
le musiche del «Musices Liber Primus»,
brani destinati a rappresentazioni solenni come Vespri o Compiete. Alle
messe Ortiz avrebbe dedicato un «Musices Liber Secundus»
che, però, non venne mai pubblicato».
Questa
la suggestiva narrazione che Marco Mencoboni ci offre dell'arrivo a
Napoli
della raccolta di musica sacra composta da Diego Ortiz, maestro di cappella
presso la corte del viceré spagnolo a Napoli e ad esso esplicitamente
dedicata (ad illustrissimum eundemque clarissimum principem Don Peraffanum
Ribera, Alcalae Ducem). Narrazione che, nonostante i toni volutamente
irreali, si riaggancia concretamente alla realtà storico-musicale
di quegli anni. Il Musices Liber Primus venne pubblicato, infatti, nel
1565, solo due anni dopo la chiusura del Concilio di Trento (1545-1563)
ed inevitabilmente solleva alcuni interrogativi sul rapporto che intercorre
tra questa raccolta di Ortiz e le prescrizioni musicali tridentine;
detto in altri termini, è possibile che questa musica sacra di
Ortiz ? musica pensata per lo sfarzoso entourage del viceré di
Napoli ? contravvenisse alla auspicata severità post-conciliare
indulgendo in esecuzioni sontuose, magari non solo vocali? La lettera
dedicatoria che Ortiz premise alla raccolta stimola questo ed altri
quesiti.
DIEGO
ORTIZ
Del compositore spagnolo Diego Ortiz si possiedono, purtroppo
pochissimi rilievi anagrafici. Sicuramente nacque a Toledo (egli stesso
nel Tratado de glosas si firma «Diego Ortiz tolledano»)
ma è ignota la data (si ricava il 1525 per deduzione). Apprese
la dottrina musicale in madrepatria ove trascorse la propria giovinezza
e la prima maturità fino al 1553 allorché si trasferì
a Napoli dove, nel 1558, assunse la carica di Maestro de Capilla dell’allora
viceré Fernando Alvarez de Toledo terzo duca d’Alba. L’impatto
con l’ambiente musicale partenopeo, tra l’altro, si era
rivelato decisamente fruttuoso anche da un altro punto di vista: nel
1553 aveva, infatti, pubblicato il Tratado de glosas, l’opera
che lo avrebbe reso universalmente noto. Stampato a Roma sia in lingua
spagnola che in italiano per i tipi di Valerio Dorico, questo trattato
è fondamentale oltre che per l'intrinseco valore della materia
trattata (la tecnica di diminuzione strumentale alla viola da gamba
e al violone) anche perché costituisce una fonte ricchissima
e preziosissima di Recercadas e variazioni strumentali.
Il Tratado de glosas, però non fu l’unica opera che Ortiz
diede alle stampe: nel 1565, infatti, fece pubblicare una raccolta di
musica sacra dal titolo Musices liber primus – Hymnos, Magnificat,
Salves, Motecta, Psalmos aliaque diversa cantica complectens, stampato
a Venezia per i tipi di Antonio Gardano e da cui sono tratti i brani
polifonici contenuti in questo disco.
I rapporti di Ortiz con l'entourage musicale partenopeo non dovettero
essere del tutto lineari se si presta fede (e non c'è motivo
per non farlo) a un passo della lettera dedicatoria del Musices liber
primus dalla quale trapela un clima “poco disteso” tra i
musicisti attivi a Napoli: «hoc tempore magna est inter musicos
recentiores controversia» [In questo periodo c'è grande
discordia tra i musici più giovani]. E prosegue parlando di sectas
e novitates che turbano il clima musicale dell'epoca. A cosa si riferisce?
Su questo argomento l'insufficienza documentaria lascia spazio solo
a ipotesi. Da alcune allusioni contenute nella dedica si può
ipotizzare che ad una scuola contrappuntistica di orientamento forse
un po' conservatore (e nella quale Ortiz evidentemente si riconosceva)
se ne opponesse un'altra più innovativa. Forse (ma sia chiaro,
si tratta di una congettura) la scuola di opposto orientamento adombrata
dalle parole di Ortiz afferiva a Rocco Rodio, musicista di origine barese
ed attivo a Napoli che già si era imbattuto negli strali del
teorico Tomaso Cimelli nella metà del secolo e nei confronti
del quale si sarebbe scagliato più avanti anche Scipione Cerreto
nella Prattica Musica (1601). Ortiz (per lo meno nella produzione sacra)
non amava perdersi in temerarie sperimentazioni; la sua è musica
dotata di un solido e collaudato impianto contrappuntistico forse un
po' retrospettivo (Ockeghem e Josquin sono citati nella dedicatoria
come suoi referenti) e indifferente a “destabilizzanti”
innovazioni tecniche. Comunque stessero le cose, la presenza di questo
vivace dibattito può essere assunta a testimonianza di un’intensa
attività musicale partenopea; attività musicale che, erede
di una tradizione di prima grandezza risalente al secolo precedente,
confermava Napoli quale una delle capitali musicali dell’epoca.
Ortiz continuò a dirigere la cappella vicereale di Napoli fino
al 1570, allorché gli successe Francisco Martinez de Loscos di
Saragozza (15 giugno). Le già frammentarie informazioni su Ortiz
a questo punto si dileguano totalmente e ignoriamo, quindi, luogo e
data della sua scomparsa (che viene, quindi consegnata ad un laconico
ed insufficiente post 1570). A questo punto non resta che la sua musica
e i suoi scritti a supplire alla deficienza documentaria ed è
proprio ad essi che, infatti, ci rivolgiamo.
LA
MUSICA SACRA A NAPOLI E IL MUSICES LIBER PRIMUS
Come è già stato ricordato il Musices Liber Primus fu
pubblicato a soli due anni di distanza dalla conclusione del Concilio
di Trento eppure è difficile ritenere che, in ossequio alle prescrizioni
tridentine, questi brani, dedicati al viceré e pensati per funzioni
religiose improntate ad alto grado di solennità, non fossero
eseguite anche da strumenti. Un passo della lettera dedicatoria recita:
«An non in antiquo & novo Dei testamento, divinus cultus in
catholica Ecclesia, non solum humanis vocibus, sed etiam musicis instrumentis,
ex divino praecepto, & sanctorum Patrum ordinatione, Deo optimo
maximo exhibetur ac celebratur? Ecquid admirabilius ac magnificentius
hac in re excogitari potest?» [E non è forse vero che nell’antico
e nel nuovo testamento il culto divino della Chiesa cattolica è
rivolto a Dio ottimo massimo e celebrato non solo con voci umane ma
anche con strumenti musicali secondo il divino precetto e indicazione
dei santi Padri?]. Come interpretare questa affermazione? Topos letterario
di estrazione pre-conciliare oppure velata apologia di una prassi corrente,
se pur non ortodossa? Solo i rilievi documentari possono chiarire la
questione e, nonostante si possiedano insufficienti risorse d'archivio
relative alla cappella vicereale, è fortunatamente possibile
ricavare informazioni preziosissime dagli Archivi della Reale Casa Santa
dell’Annunziata di Napoli, istituzione religiosa dotata di una
propria cappella di altissimo prestigio assolutamente equivalente a
quella palatina. Dai suoi registri della seconda metà del XVI
secolo si evince che nelle feste più importanti e solenni, in
aggiunta ai cantori, venivano impiegati suonatori di viola da gamba,
trombone e cornetto, per cui ? non sussistendo alcun motivo per ritenere
che le sue consuetudini fossero differenti da quelle della cappella
musicale del viceré ? è sostenibile che tutti i brani
della raccolta di Ortiz, pur attestati con organico esclusivamente vocale
(come era ancora consuetudine a quella altezza cronologica) fossero
eseguiti con accompagnamento di questi tre strumenti. Indifferenti ai
dettami tridentini che ammettevano in chiesa l'uso del solo organo,
l'entourage del viceré spagnolo - così come l'Annunziata
ed anche altre istituzioni dotate di adeguate risorse finanziarie -
perseveravano nell'esecuzione di musiche sacre improntate ad alto indice
di magniloquenza ed è proprio per questo motivo che nel 1586
Roma intervenne con decisione fondando a Napoli l'Oratorio di S. Filippo
con lo scopo precipuo di riformare la prassi musicale napoletana introducendo
usanze liturgico-musicali assolutamente conformi allo spirito tridentino.
Il
Musices liber primus consta di 69 composizioni sacre raggruppate in
Inni, Magnificat, Salmi e Antifone. Stilisticamente si va dalla prevalente
omoritmia dei salmi, al più autentico contrappunto degli inni
fino alle sontuose realizzazioni mottettistiche (da 4 a 7 voci) delle
antifone. Diverse, quindi, le tecniche messe in atto in questa raccolta,
ma accomunate dall'utilizzo sistematico delle melodie gregoriane che,
a volte parafrasate e altre volte quasi letteralmente citate (a seconda
del grado di elaborazione della composizione), costituiscono sempre
l'imprescindibile punto di partenza compositivo; almeno in questo è
assecondato il rigore auspicato dai padri conciliari tridentini.
Entrando più nello specifico, le composizioni eseguite in questo
concerto afferiscono liturgicamente al Vespro della Beata Vergine. I
salmi (Dixit Dominus, Confitebor, Beatus vir, Laudate Pueri e Laudate
Dominum, rispettivamente nn. 109, 110, 111, 112 e 116), tutti vespertini,
sono a 4 voci e omoritmici; Ortiz ne musicò solo i versi dispari
lasciando alla schola gregoriana l'esecuzione dei versi pari (alternatim)
oltre che, come di consueto, dell'incipit del primo verso. Differente
è invece l'assetto dell'inno Ave Maris Stella (in omnibus festivitatibus
Beatae Mariae) nel quale sono messe in polifonia, invece, le stanze
pari; questa composizione, sicuramente più articolata dei salmi,
è organizzata in tre sezioni rispettivamente a 4 voci, 3 voci
(da «monstra te») e 5 voci (da «sit laus»).
Anche il Magnificat VIII toni presenta un’articolata struttura
formale; oltre a contemplare, infatti, l'alternatim con la schola gregiariana,
è suddiviso in tre sezioni rispettivamente a 4 voci, 3 voci (da
«deposuit») e 5 voci (da «gloria Patri»).
I mottetti (antifone), sono le composizioni più elaborate ed
interamente polifoniche e costituiscono, in un certo senso, il banco
di prova dell'Ortiz polifonista che in essi dimostrò di saper
padroneggiare differenti tecniche contrappuntistiche, dalle 4 voci di
Beata es Virgo a 4 voci fino al fasto sonoro delle 7 parti di Benedicta
es coelorum e Regina coeli. Composizioni di ampio respiro formale che
alternano il puro contrappunto (quindi la totale autonomia delle diverse
parti vocali) con momenti di alto regime imitativo (per es. l’attacco
di Dignare me laudare a 5) e con altri di contrastante omoritmia. Di
tanto in tanto dalle maglie della polifonia trapela la mano del violista
esperto di diminuzioni; soprattutto nelle composizioni a 4 voci (fatta
eccezione per i salmi, naturalmente) la riduzione di organico concede
a ciascuna voce di contrappunto un maggiore spazio sonoro e, quindi,
una disposizione più “ariosa”. Ciò consente,
pertanto, la più libera espansione di ciascuna parte vocale e
di conseguenza una condotta melodico-ritmica più fiorita –
soprattutto nell'altus (ma non solo) - leggibile come risultato di un
processo di diminuzione (e che, forse a sua volta, potrebbe essere soggetto
a ulteriore elaborazione in sede di accompagnamento strumentale). Paradigmatici
a riguardo sono Ave Maris Stella e Beata es Virgo ambedue, infatti,
a 4 voci.
Il regime imitativo (già di per sé ben distribuito nelle
varie composizioni) è definitivamente sancito dal «canon
in diapente» dell'Ave Regina coelorum (imitazione tra tenor e
sexta pars, quest'ultima alla quinta superiore), dal «canon in
subdiapente» in Benedicta es coelorum (canone tra un secundus
altus e la sua resolutio alla quinta inferiore) e nuovamente dal «canon
in diapente» (tra la quinta pars e la sua resolutio alla quinta
superiore nella septima pars) in Regina coeli; omaggio alla passata
tecnica di Ockeghem e Josquin, suoi referenti musicali?
Si tratterebbe, comunque, dell’unica concessione alla tradizione
polifonica tardo-quattrocentesca. Nella musica di Ortiz, infatti, manca
totalmente qualunque complicazione ritmica di fiamminga memoria; scarsissima
presenza di color (quasi sempre solo minor color per indicare il ritmo
puntato), assenza di proporzioni e, soprattutto, scelte mensurali quasi
esclusivamente circoscritte al tempus imperfectum diminutum (C tagliato),
tutto ciò secondo una prassi ormai dominante. È grazie
al sapiente dosaggio di tecniche contrappuntistiche differenti che Ortiz
perviene all’irrinunciabile varietas. Varietà mai, però,
declinata mediante momentanee variazioni di organico; la compagine contrappuntistica
scorre infatti sempre compatta e solo episodicamente (e molto brevemente)
si registrano temporanee “uscite di scena” di qualche parte
vocale. Laddove Ortiz intende realizzare la variazione di organico,
ricorre a precisi sezionamenti formali; tra i mottetti qui incisi, ciò
si verifica solo nel Salve Regina che risulta, infatti, tripartito («Salve»
a 5 voci, «eya ergo» a 4 voci ed «et Jesum»
di nuovo a 5 voci).
FRANCESCO
ROCCO ROSSI
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